Dalla carta allo schermo: la saga di Harry Potter

Poche opere hanno avuto l’impatto mediatico e culturale di Harry Potter. Quantomeno ai giorni nostri. La leggendaria saga nata dalla penna di J.K. Rowling ha incantato generazioni di lettori e spettatori ed è riuscita a trascendere i confini temporali del proprio successo, affermandosi come un riferimento anche per generazioni venute dopo. La longevità del successo di Harry Potter si spiega solo in parte con la qualità dei romanzi della Rowling. A fare la differenza è tutto un insieme di codici e di linguaggi che si sono sedimentati nel tempo e sono divenuti cultura. Harry Potter fa ormai parte a pieno titolo dell’immaginario collettivo e continua a incantare nuove generazioni di lettori e spettatori. Sempre più giovani e sempre più appassionate.

Oltre alla saga di romanzi, un peso specifico nel veicolare il mito del maghetto con la cicatrice lo hanno avuto anche i film. Arrivati quasi nell’immediato sul grande schermo, i lungometraggi di Harry Potter hanno accompagnato la stessa generazione di lettori che si è comprensibilmente ampliata e – proprio come i libri – hanno continuato a perpetrare la magia anche negli anni avvenire.

Tuttavia, a ben vedere c’è un evidente scollamento tra la carta e lo schermo. Specialmente con l’incedere della saga. I film hanno solo in parte portato in scena l’enorme mole di racconto che prende vita nei libri. E spesso non lo hanno fatto nemmeno benissimo. Il processo che ha portato Harry Potter dalla carta allo schermo ha vissuto momenti diversi e col tempo ha creato quasi un doppio registro, coi film sempre più lontani – o per meglio dire incompleti – rispetto ai libri. Questo processo merita sicuramente di essere approfondito, così da cogliere al meglio il rapporto che intercorre tra la saga cartacea e quella cinematografica di Harry Potter, in attesa ovviamente della serie tv destinata a riscrivere ulteriormente i codici rappresentativi della saga.

L’esordio della magia di Harry Potter

Era il novembre del 2001 quando quel giovanissimo mago con la fronte solcata da una cicatrice a forma di saetta faceva la propria comparsa per la prima volta sul grande schermo. Il mondo – e ovviamente in particolar modo l’America – si stava faticosamente riprendendo dallo shock dell’11 settembre di due mesi prima e quella ventata di candida magia era probabilmente proprio ciò che ci voleva per un pubblico desideroso di evadere da una realtà che si stava facendo particolarmente tetra.

Harry Potter e la pietra filosofale rappresenta un momento fondamentale per il cinema contemporaneo. La risposta del pubblico è stata immediata – tanto che questo primo capitolo resta il migliore incasso della saga dopo soltanto I doni della morte – Parte 2 – e gran parte del merito va al fatto che il film è riuscito a catturare l’essenza del primo romanzo della Rowling.

Quella candida magia menzionata è proprio il motore che veicola lo svolgimento del film. Hogwarts viene costruita alla perfezione e tutti quei personaggi che poi sarebbero risultati fondamentali – da Hagrid a Silente, passando per Piton e ovviamente il leggendario trio – riescono immediatamente a prendersi la scena.

La pietra filosofale rappresenta un esordio quasi perfetto e viene seguito in maniera egregia da La camera dei segreti, uno dei capitoli più riusciti dell’intera saga cinematografica. La prima coppia di film di Harry Potter intrattiene un rapporto ossequioso con la controparte cartacea. Al netto di qualche differenza e di tagli qua e là, lo spirito viene colto in pieno e anche i personaggi rispecchiano al meglio i protagonisti della saga cartacea.

Il terzo capitolo – Il prigioniero di Azkaban – segna forse il punto più alto del rapporto tra i film e i libri. E al contempo quello di rottura. È apice e culmine, perché segna un cambio di passo che si sviluppa però in modi spesso differenti tra la carta e lo schermo. Il prigioniero di Azkaban è un libro più maturo e il film risente di queste tonalità. Si ragiona più a fondo sulla morte, sul lutto e sulla perdita. Si pongono le basi per un inasprimento del racconto che si sarebbe concretizzato nel capitolo successivo, quel Calice di fuoco che inizia a mostrare qualche crepa nel processo di trasposizione cinematografica dei romanzi di Harry Potter.

La rottura con Il calice di fuoco e le debolezze dei capitoli successivi

Quelle tematiche più mature introdotte con Il prigioniero di Azkaban si prendono la scena ne Il calice di fuoco, specialmente la morte di Cedric Diggory che rappresenta un momento particolarmente segnante per Harry. Il quarto libro della saga è senza dubbio uno dei più ricchi sia a livello di trama che di tematiche. Rappresenta – l’insieme a L’ordine della fenice – uno step fondamentale che segna per il protagonista la fine dell’innocenza giovanile e pone le basi del raggiungimento della giusta maturità per affrontare Lord Voldemort. Il ritorno dell’oscuro signore è infatti il giro di boa decisivo dell’intera saga e il film omaggia questo passaggio, regalando un passaggio memorabile per la sua rinascita.

Tuttavia sia Il calice di fuoco che il successivo L’ordine della fenice falliscono nel restituire altri aspetti fondamentali dei romanzi. Lo stretto legame tra Harry e Voldemort viene più mostrato che percepito ma a venire leso è soprattutto il rapporto che s’instaura tra il giovane protagonista e il suo padrino Sirius Black. La gestione del personaggio di Sirius è una delle criticità fondamentali della saga cinematografica. Gli viene concesso troppo poco spazio e soprattutto viene prestata poca attenzione alla costruzione del legame tra lui e il suo figlioccio. Tutto ciò porta a una mancanza di peso specifico proprio del finale de L’ordine della fenice, quando la morte di Sirius rappresenta un trauma più per i lettori che per gli spettatori, paradossalmente più segnati da altre morti come quella di Dobby più in là.

Nei libri la morte di Sirius è invece un passaggio cruciale. È la definitiva perdita dell’innocenza per Harry che da quel momento inizia a intravedere lo scontro con Voldemort come unico approdo del proprio cammino. Questo è un momento che nei film non acquisisce lo stesso valore ed è un grande peccato.

Al contempo poi tra L’ordine della fenice e Il principe mezzosangue ci sono moltissime backstories sacrificate sull’altare dello stringente minutaggio cinematografico. Tutto il tormento di Draco per il peso di dover uccidere Silente non viene colto. Non si da mai una forma ben precisa al rinato ordine della fenice e tanti personaggi cruciali – tra cui ad esempio un Lupin splendidamente rappresentato ne Il prigioniero di Azkaban ma poi progressivamente relegato sullo sfondo – non riescono a prendersi lo spazio che invece hanno nei libri. A venire sacrificata è però soprattutto un’altra linea narrativa, cruciale per il finale e capace di segnare un distacco decisivo tra i libri e i film.

Luci e ombre del finale di Harry Potter

La trama in questione è quella relativa ai doni della morte. Questi potenti strumenti magici fanno la propria comparsa un po’ a sorpresa nel capitolo finale e si impongono per il desiderio che Voldemort culla di collezionarli. Nei film – al di là della meravigliosa scena del racconto della storia dei tre fratelli di Hermione – non viene dato chissà che spazio – più che altro di sfondo – ai doni della morte. Il problema è che i film hanno sacrificato tantissimo background e approfondire alcune questioni sarebbe stato problematico.

Il passato di Silente – ad esempio – nei film viene abbondantemente ignorato, mentre nei libri ha un peso fondamentale. Le pellicole falliscono nel restituire la centralità dei doni della morte nel capitolo finale e proprio qui si consuma un distacco decisivo dai libri. La decisione di spezzare in due l’atto conclusivo della saga in fin dei conti non ha giovato. C’è stata sicuramente la possibilità di narrare con più calma, ma ormai quello scollamento concettuale con i libri era già troppo avanzato e le due parti deI Doni della morte non sono riuscite a rinsaldarlo.

Ne consegue che tutti quegli elementi adeguatamente approfonditi in passato – la storia di Piton o ancora la caccia agli horcrux – hanno trovato un adeguato compimento nel finale, ma altri elementi man mano messi in disparte – i doni della morte oppure diversi membri dell’ordine della fenice – hanno trovato un epilogo molto più debole rispetto a quello cartaceo.

Il finale di Harry Potter ha così regalato luci e ombre, specialmente per i lettori di vecchia data. Tutto ciò poi non toglie nulla al successo dell’intera saga cinematografica. Quello rimane ed è un traguardo innegabile. Tuttavia se si analizza con maggiore attenzione il processo che ha portato Harry Potter dalla carta allo schermo si individuano tutta una serie di debolezze che sicuramente hanno via via restituito un prodotto leggermente diverso rispetto all’originale. Di eguale successo – su questo non c’è dubbio – ma comunque leggermente mutato.

Al netto del livello raggiunto dai film, l’esperienza cartacea per quanto riguarda Harry Potter rimane primaria. La ricchezza del mondo ideato da J.K. Rowling si può cogliere al meglio solo leggendo i romanzi, su questo non c’è dubbio. I film hanno poi avuto l’indubbio merito di cogliere lo spirito primigenio dell’opera e di sviluppare al meglio le linee e gli elementi su cui hanno deciso di concentrarsi. Lo scollamento tra carta e schermo però rimane e chissà che non sarà l’attesissima serie tv di HBO Max a porvi – finalmente – rimedio.

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